Intervista

Igor Boni, 53 anni, torinese di nascita. Si candida a essere il sindaco della sua città. Ma dovrà prima superare lo scoglio delle primarie del centrosinistra previste per il 12 e 13 giugno. Conosciamolo meglio. 

Igor Boni, presidente nazionale di Radicali italiani e membro dell’Assemblea di +Europa, i due partiti che l’hanno candidata ufficialmente alle primarie. Dei 4 candidati lei è l’unico a non ricoprire un ruolo elettivo. Si considera un candidato civico o politico?

Sono una persona che fa politica nella sua città da 35 anni, considero questo un impegno pienamente civico. Chi tenta di mettere un diaframma tra civici e politici lo fa strumentalmente oppure è spinto dalla cattiva politica che subiamo da tempo, una politica che è abituata a lavorare sopra la testa dei cittadini e non con loro. Dedicare una parte importante del proprio tempo e del proprio denaro alle idee in cui si crede è un impegno civico e politico insieme. Le idee camminano sulle gambe delle persone; è quello che ho cercato di fare da sempre e continuerò a fare.

Il suo programma si rivolge direttamente agli elettori: Facciamo insieme la nuova Torino umana, connessa, sostenibile. Ci racconti i tre temi centrali della campagna.

La sostenibilità è la chiave con cui declinare ogni scelta strategica del futuro. Stiamo vivendo un tempo di trasformazioni molto importanti e difficili da governare ma dobbiamo farlo se vogliamo mantenere o migliorare la qualità della vita, innanzitutto delle fasce più deboli. Risparmiare energia, costruire isole verdi capaci di smorzare le ondate di calore, riqualificare aree abbandonate, recuperare la funzionalità dei suoli anche in ambito urbano, utilizzare la forestazione urbana e valorizzare i 4 fiumi di Torino sono strade da seguire per un nuovo progetto di città.

Parlo di una città connessa perché oggi Torino è fatta da tante piccole isole che non si parlano tra loro e che vivono distaccate l’una dall’altra. Per questo voglio che si realizzi nei prossimi 5 anni la linea 2 della metro e il progetto della linea 3 verso Venaria. Ma connessa significa anche legata all’esterno, all’Europa, a Milano, a Genova, a Lione, e a tutti i comuni limitrofi perché oggi è impensabile da soli affrontare i grandi problemi che l’amministrazione ha davanti.

Infine penso a una città umana; una città che sappia vivere il più possibile in armonia con le proprie contraddizioni e le diversità. Che sappia concentrare i propri sforzi per dare una mano a chi non ce la fa e per rifuggire la tentazione di una guerra tra poveri o tra deboli. L’amministrazione deve costruire cittadinanza, partecipazione, deve coinvolgere nelle scelte e deve metterci la faccia soprattutto nelle aree più in difficoltà. Da Sindaco dedicherei ogni mese una giornata per andare a parlare nelle circoscrizioni ai cittadini, anche a rischio di prendere critiche o insulti.

Fa politica attivamente da 35 anni ma la politica non è mai stato il suo lavoro; ha invece coltivato la sua professione di ricercatore ambientale in IPLA, l’istituto per le piante da legno e ambiente della Regione Piemonte, ente del quale è stato anche amministratore unico per alcuni anni. Quanto pensa siano utili queste esperienze nel ruolo di Sindaco di una città come Torino?

Credo che i quasi 6 anni nei quali ho fatto l’amministratore dell’Istituto per cui lavoro mi abbiano dato la possibilità di mettere in pratica molte cose che avevo imparato in teoria. Fare squadra, trovare soluzioni, fare scelte anche dolorose e un impegno enorme sono state le chiavi per riportare i conti in ordine e la società in equilibrio da tutti i punti di vista. Il Comune di Torino non può certo essere paragonato a una società ma la capacità di creare le condizioni per lavorare insieme e scegliere le persone con le competenze migliori è aspetto centrale per costruire il rilancio della nostra città. I leader politici spesso hanno paura di mettere al loro fianco persone capaci per il timore di subirne l’ombra. Io questa paura non ce l’ho e sono pronto a costruire una squadra fatta dalle migliori competenze e intelligenze, dalle maggiori capacità di lavoro e di passione. Solo così possiamo dare la svolta in questo momento di profonda crisi.

A suo avviso Torino ha le potenzialità per invertire il declino e su cosa occorrerebbe investire? Quali sono invece i punti deboli della città.

La città ha numeri pessimi; inutile nasconderlo. Il rapporto Rota ce lo ricorda anno dopo anno. Tassi di disoccupazione superiori a tutte le città del Nord Italia, tassi di cassa integrazione altrettanto negativi e una età media tra le più avanzate d’Europa. Dopo oltre un anno di chiusure un pezzo di città è letteralmente sul lastrico e migliaia sono gli esercizi commerciali che hanno dovuto chiudere. Noi dobbiamo creare le condizioni perché una parte importante dei 100.000 ragazzi che studiano a Torino possa restare a investire qui il proprio futuro. L’alleanza con Milano, l’alleanza con tutti i grandi comuni della cintura e un lavoro stretto tra pubblico e privato sono le basi per costruire una inversione di tendenza e attirare investimenti e imprese per creare opportunità e lavoro. Torino deve restare agganciata più che mai al motore Europa.

Quali sono i quartieri di Torino dove ha vissuto e che frequenta di più, quali zone della città conosce meno, quali sono i suoi luoghi del cuore.

Ho vissuto nella circoscrizione 8 e 1, lavoro nella 7 e ho una figlia che va a scuola nella 6; da ragazzo ho passato molti mesi alle Vallette (circoscrizione 5) dove vivevano i miei nonni; un luogo che ogni volta che ripercorro mi commuove. Ho visto, durante questi ultimi 30 anni, il cambiamento di Torino in meglio. Ho vissuto e visto una città grigia e industriale tirare fuori parte delle sue bellezze. Il centro, i parchi, gli edifici storici, la collina e i suoi boschi, i corsi d’acqua con la loro bellezza paesaggistica sono elementi da valorizzare. Ma ci sono tanti gioielli che non tutti conoscono come Borgo Campidoglio o San Salvario. Da Sindaco però investirei molto sulle periferie, non per propaganda o con vuoti slogan ma perché penso che sia proprio da lì che si possono sviluppare le maggiori energie produttive ed economiche, di fantasia e di passione. Per questo le linee 2 e 3 della metropolitana sono assolutamente necessarie.

Oltre al suo lavoro di ricercatore in campo ambientale e di pedologo (esperto dei suoli), e la sua attività politica, riesce a coltivare altri interessi. Ha infatti pubblicato 4 libri, 3 romanzi e un manuale sui funghi, guarda caso della collina torinese, e ha giocato a calcio in seconda categoria per 20 anni. Quanto si intrecciano queste passioni: l’ambiente e la natura, lo sport e la politica?

Apparentemente sono ambiti distinti ma in realtà sono strettamente collegati. La passione per l’ecologia, per l’osservazione dei fenomeni naturali è la prima; quella che già nell’adolescenza ha guidato le mie scelte. Gli studi hanno affinato e indirizzato questa voglia di conoscere sempre con la consapevolezza di sapere troppo poco. La politica che ho fatto e faccio ha preso a piene mani dalle mie conoscenze in campo ambientale ed è così che oggi sento di avere la possibilità, per la mia città, di dare un contributo affinché Torino sia apripista di un nuovo modello sostenibile di città. Ho scritto un libro sui funghi della Collina per far capire quanta biodiversità ci possa essere a un passo dal centro, e 3 romanzi che hanno come protagonista la natura.

Oggi lo sport che faccio è semplicemente quello per tenermi un po’ in forma, cerco di andare a correre e di non fare una vita sedentaria. Ma la mia passione calcistica, non di tifoso ma di calciatore, nasce dalla voglia di stare in una squadra, di essere parte di un tutto che agisce in armonia, dove le energie si sommano e si moltiplicano. Anche questo serve più che mai alla politica, una politica che oggi è fatta soprattutto da solisti che hanno difficoltà a passare la palla.