TORINO CONNESSA

La nuova Torino deve avere come priorità il ricongiungimento - fisico ma anche psicologico - delle diverse città che vivono dentro gli stessi confini comunali. Un efficiente sistema di trasporti che veda come assi portanti le linee della metropolitana è la principale infrastruttura fisica da realizzare per ricongiungere aree che nel tempo si sono sempre più allontanate tra loro. Una rete di connessioni che deve favorire il dialogo e la collaborazione tra quartieri ma che deve anche costruire un confronto costruttivo con altre città (a partire da Milano) che rappresenta un nuovo volano per crescere insieme. La nuova Torino mette in rete le priorità dei cittadini, le ascolta e li spinge ad una partecipazione attiva, non a parole o con vuote promesse ma con progetti concreti e con una continua alleanza tra pubblico e privato che lavorino innanzitutto sullo sviluppo di iniziative di promozione della cultura e del turismo, due pilastri su cui rifondare il futuro.

Lo diciamo da oltre 30 anni. Nessun problema e nessuna soluzione ha dimensione solo locale. Una città come la nostra deve essere un ingranaggio in un meccanismo di collaborazione con le altre città europee, quelle più vicine e quelle che per dimensione sono più simili a Torino. Il modello Torino deve ispirarsi all’Europa ed essere al tempo stesso peculiare e specifico.

Qualcuno in questi oltre 4 anni ha immaginato una città chiusa su sé stessa. Io penso l’opposto. Torino deve costruire una rete di alleanze con le grandi città vicine – Milano, Genova, Lione – e con le città di prossimità come Grugliasco, Moncalieri, Nichelino, Settimo e Collegno. In particolare, immagino una amministrazione che, indipendentemente dal colore delle maggioranze, costruisca un rapporto di collaborazione continua con i cugini milanesi. Vivere l’antagonismo con Milano porta via da Torino ogni grande appuntamento. Dobbiamo amministrare e decidere insieme a Milano, pensare e agire come una sola grande metropoli: MiTo.

Nella nostra città e nella nostra regione non andava tutto bene prima delle chiusure dovute alla pandemia, figuriamoci ora. I dati sono devastanti: quasi un milione di posti di lavoro persi in Italia, soprattutto a carico dei giovani, dei lavoratori autonomi e dei contratti a termine. Torino è tra le situazioni più critiche con una previsione di netto peggioramento nei prossimi mesi, con la fine della cassa integrazione e del blocco dei licenziamenti.

L’amministrazione comunale non può creare lavoro direttamente, e questo va ribadito per evitare di alimentare promesse ridicole. Però si possono mettere in campo una serie di azioni per creare condizioni favorevoli al lavoro, all’impresa, agli individui. Serve, citando Marco Bentivogli: rigenerare le città; mettere insieme economia ambientale, quella sociale e la nuova manifattura (Torino non è più la FIAT ormai da tempo ma non è vero che la manifattura non sia un pezzo del futuro). Dobbiamo puntare su innovazione e trasferimento tecnologico, sulle infrastrutture, unendo le forze che esistono sul territorio con quelle europee. Dobbiamo dire basta al welfare elettorale (vedi Decreto dignità) sapendo che non torneremo all’equilibrio precedente. Ma soprattutto dobbiamo utilizzare le risorse europee per favorire la transizione verso un nuovo modello di città.

Il sindaco di Torino sarà anche il Sindaco della Città metropolitana. Una riforma, quella che ha istituito le città metropolitane, che rappresenta una vera e propria incompiuta. Oggi 800.000 elettori (quelli torinesi) scelgono il Sindaco metropolitano per oltre 2 milioni di elettori, quelli della ex provincia di Torino.

Sono convinto che dobbiamo mettere mano a questa incongruenza che ha profili di incostituzionalità, ma soprattutto credo che si debba ragionare, quando si amministra, come area metropolitana nel suo complesso e non limitarsi ai confini comunali. Si dovrebbero accorpare servizi e partecipate pubbliche tra Torino e le città della cintura per garantire ai cittadini metropolitani stessi diritti e doveri e ridurre i costi. Condividere investimenti e pianificare su un’area vasta è un obbligo dettato dalla logica. È impensabile che ogni comune progetti la propria area industriale, le proprie aree verdi, il proprio ciclo dei rifiuti, i propri collegamenti di trasporto pubblico, senza una condivisione e una coprogettazione con i comuni limitrofi.

Torino metropolitana è un’opportunità da far crescere perché l’attuale concorrenza tra il capoluogo e i grandi comuni della cintura fa solo del male a tutti.

Nella nostra città e nella nostra regione non andava tutto bene prima delle chiusure dovute alla pandemia, figuriamoci ora. I dati sono devastanti: quasi un milione di posti di lavoro persi in Italia, soprattutto a carico dei giovani, dei lavoratori autonomi e dei contratti a termine. Torino è tra le situazioni più critiche con una previsione di netto peggioramento nei prossimi mesi, con la fine della cassa integrazione e del blocco dei licenziamenti.

L’amministrazione comunale non può creare lavoro direttamente, e questo va ribadito per evitare di alimentare promesse ridicole. Però si possono mettere in campo una serie di azioni per creare condizioni favorevoli al lavoro, all’impresa, agli individui. Serve, citando Marco Bentivogli: rigenerare le città; mettere insieme economia ambientale, quella sociale e la nuova manifattura (Torino non è più la FIAT ormai da tempo ma non è vero che la manifattura non sia un pezzo del futuro). Dobbiamo puntare su innovazione e trasferimento tecnologico, sulle infrastrutture, unendo le forze che esistono sul territorio con quelle europee. Dobbiamo dire basta al welfare elettorale (vedi Decreto dignità) sapendo che non torneremo all’equilibrio precedente. Ma soprattutto dobbiamo utilizzare le risorse europee per favorire la transizione verso un nuovo modello di città.

Grazie all’anagrafe pubblica degli eletti, promossa dai Radicali con una delibera di iniziativa popolare e approvata nel 2010 dal Consiglio comunale, da dieci anni chiunque può – con pochi click – avere notizie sulla presenza in Aula degli eletti al Comune, sui loro interventi, sui documenti presentati, su quanto percepiscono di compenso e altre informazioni relative alla loro attività politica e amministrativa. Quando qualcuno mi chiede “tu cosa hai fatto per questa città”? Io rispondo che tra le mille cose fatte e che faccio c’è questa delibera che porta la mia prima firma da cittadino torinese, una delibera che ha consentito a tutti di conoscere. Lo stesso abbiamo conquistato per la Regione Piemonte e poi per tutta Italia, dal Parlamento alle circoscrizioni. Oggi chi si riempie la bocca con slogan su trasparenza e partecipazione dovrebbe imparare e partire da qui: una delibera di iniziativa popolare con migliaia di firme di torinesi ha consentito a tutti di sapere cosa fanno gli eletti e quanto guadagnano in virtù del loro incarico.

Con “Idee x Torino” e con Valentino Castellani, durante la Giunta Fassino abbiamo conquistato elementi di riforma nella scelta dei nominati nelle partecipate; elementi non ancora sufficienti per garantire che competenze e capacità siano i principali criteri della scelta.

Quello che manca e che vorrei si potesse realizzare nella prossima consiliatura è la conoscenza delle attività e le performance delle società partecipate e controllate dal Comune. Non semplicemente i bilanci che già sono pubblici, ma indicatori di efficienza sui servizi svolti. Lo abbiamo proposto a questa Giunta reiteratamente, consegnando all’allora Assessore Pisano una bozza di delibera, senza ottenere ascolto o risposta. Lo faremo noi, se ce ne darete l’occasione.

 

Da molti anni diciamo che Torino non è più la FIAT. Ciò non significa che l’industria non sia più uno dei pilastri del futuro della città. Oggi il 26% degli addetti torinesi è impiegato nell’industria.

Il Rapporto Rota – che andrebbe studiato da chiunque abbia ambizioni di gestire la cosa pubblica torinese – indica con chiarezza, anno dopo anno, gli andamenti economici della città e i problemi strutturali che abbiamo.

Turismo e commercio, peraltro duramente colpiti dalla crisi in atto, non possono sostituire l’industria e l’ultimo rapporto – che significativamente si intitola “Futuro rinviato” – espone i dati di una città ferma o che cresce meno delle città metropolitane del Nord Italia.

La diagnosi è chiara, ma la cura?

  • Primo: recuperare le proposte e i progetti del Terzo piano strategico per l’area metropolitana di Torino, realizzato nel 2015 con l’impegno di tanti (compreso il sottoscritto), che è stato accantonato da questa Giunta. I progetti della Strategia2, “Abilitare il sistema economico”, sono attualissimi.
  • Secondo: essendo impensabile realizzare investimenti pubblici di grande portata dato l’indebitamento attuale, serve aprire con Regione e Governo una collaborazione più stretta per fare uscire Torino dall’angolo (indipendentemente dal colore delle Giunte e del Governo).
  • Terzo: le fondazioni, a partire dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, e i finanziamenti europei che arriveranno sono oggi la chiave per il rilancio a patto che non producano mance o sussidi ma investimenti su innovazione e connessioni.
  • Quarto: l’interporto di Orbassano deve diventare la piattaforma capace di intercettare i flussi merce che si muovono sulla direttrice est-ovest; impensabile che la linea ferroviaria Torino-Lione non passi da lì.

Quante parole, su questi temi, abbiamo sentito da chi oggi governa la città! Eppure ci sono gli strumenti e gli esempi che dal 2010 avevamo in parte già prospettato con “Idee x Torino”, senza trovare orecchie attente.

Che fare, quindi? Milano ha la fortuna di avere un Assessore che su questo ha aperto molte strade: Lorenzo Lipparini (un caso che sia un Radicale? No).

Allora prendiamo esempio e importiamo buone pratiche che prevedono il pieno coinvolgimento di cittadini e circoscrizioni.

  • I “patti di collaborazione” per riqualificare via e aree degradate, firmati dalla amministrazione, da enti, università e soprattutto da locali associazioni e gruppi formali e informali. Un modo concreto di lavorare insieme tra amministrazione, cittadini e realtà territoriali per un obiettivo comune che fa sentire propria la proprietà pubblica; un modo perché ognuno faccia la sua parte dando un contributo per migliorare la vita nei quartieri.
  • Il “Bilancio partecipativo”, attivando la raccolta di idee e di progetti specifici volti a migliorare la qualità della vita della città, progetti e idee da votare on-line per selezionare i migliori che verranno finanziati e realizzati.
  • I “Cleaning Day”, o se preferite i giorni dedicati alla pulizia della città nei quali, una volta al mese o con frequenze maggiori, dal Sindaco ai consiglieri, dai volontari alle associazioni, formare gruppi organizzati per ripulire le aree più degradate della città, cancellare scritte sui muri degli edifici e riqualificare.

Tutte attività che non sostituiscono i compiti del Comune ma che si aggiungono e fanno squadra. Perché per cambiare occorre farlo insieme.

La nostra città è tra le più indebitate d’Italia. Eppure senza investimenti cospicui non ci sarà un futuro di crescita e Torino continuerà a perdere abitanti e a perdersi.

I soldi che arriveranno dal Recovery Fund saranno risorse fondamentali per rilanciare e riprogettare la città, mettendo finalmente al centro dei nostri obiettivi la sostenibilità.

Dobbiamo strutturarci per conquistare le risorse necessarie al rilancio di Torino.

Per questo credo occorra, da subito, assegnare deleghe politiche all’assessorato al bilancio e istituire un ufficio specifico che costruisca e selezioni i progetti da sostenere (con le risorse umane già a disposizione del comune). Inutile immaginare mille rivoli di spesa; serve una visione complessiva che non può essere costruita solo da Torino ma in una collaborazione strettissima con i grandi comuni della conurbazione.

Ecco qualche linea da seguire che è a mio avviso prioritaria:

  • approvare un piano di rigenerazione urbana che punti a trasformare la città recuperando aree costruite e abbandonate;
  • promuovere una rottamazione edilizia di edifici fatiscenti per ricostruire con criteri sostenibili dal punto di vista energetico o per generare nuove aree verdi;
  • mettere in sicurezza il territorio metropolitano da dissesti seguendo i criteri di meno cemento e più aree seminaturali;
  • riqualificazione delle periferie con progetti all’avanguardia su sistemi di illuminazione e manutenzione delle infrastrutture, degli edifici e delle aree verdi;
  • realizzazione di reti metropolitane di piste ciclabili che favoriscano l’utilizzo della bicicletta.

La parola “alleanza” torna protagonista. Alleanza tra Atenei, tra Università e Città, tra Università e imprese. Ovunque il sistema universitario e della ricerca è portatore di innovazione e sviluppo economico. Non esistono città in crescita senza università e centri di ricerca di prima qualità, che sono sempre volani per l’economia e l’occupazione.

Torino oggi conta circa 100.000 studenti universitari, un numero enorme che tuttavia vede la stragrande maggioranza di loro abbandonare la nostra città e la regione dopo la laurea per cercare fortuna altrove.

Rafforzare l’interazione tra il sistema pubblico, la formazione e le imprese è una priorità per costruire una innovazione urbana che deve vedere i due Atenei, le università piemontesi, gli enti scientifici e le imprese sul territorio cooperare e “fare squadra” in un’ottica di miglioramento della competitività internazionale dell’intero sistema. Questa è l’unica strada per “fermare” a Torino una parte dei laureati nei nostri Atenei.

Cruciale l’incremento delle borse del diritto allo studio, anche attraverso meccanismi di prestito d’onore, così come un migliore coordinamento del sistema dell’incubazione delle start-up.

La Città ha – e avrà – un ruolo fondamentale nel promuovere e spingere per investimenti nazionali sulla ricerca in Piemonte; investimenti e progetti che devono riguardare anche il mondo degli ITS (Istituti Tecnici Superiori, scuole ad alta specializzazione tecnologica post diploma) che, più delle università, sono il tallone d’Achille italiano e piemontese.

In questo contesto non è pensabile che in nome dell’irraggiungibile “rischio zero”, in questi tempi di emergenza sanitaria, vengano chiuse lezioni, esami, lauree, escursioni, laboratori, aule studio e biblioteche.

“Con la cultura non si mangia”. Ricordate questa frase che alcuni politici italiani hanno sostenuto? Purtroppo questi mesi di chiusure, che hanno colpito soprattutto il settore della cultura e dello spettacolo, hanno fatto capire a tutti che “Senza cultura non si mangia”. Letteralmente.

Nella vicina Francia il fatturato della cultura e dell’indotto a essa collegato supera quello dell’industria (sono dati ufficiali) e noi non dobbiamo e non possiamo essere da meno.

Torino, con la sua tradizione cinematografica, con il polo teatrale dello Stabile che fino al Covid ha fatto numeri da record, con le eccellenze museali a partire dall’Egizio o dallo stesso Museo del cinema, con il Salone del Libro e con la rete delle residenze Sabaude (per fare solo alcuni esempi) è una delle città europee più ricche di risorse da valorizzare, sia internamente che esternamente.

La capitale europea della cultura è una città designata dall’Unione europea, che per il periodo di un anno ha la possibilità di mettere in mostra la sua vita e il suo sviluppo culturale. Una occasione di visibilità, di sviluppo, di investimento e di crescita che molte realtà europee hanno sfruttato e sfrutteranno. Potrebbe sembrare prematuro, ma sono convinto che dobbiamo avere il coraggio di guardare lontano. Io credo che dovremo da subito lanciare la candidatura di Torino a “Capitale europea della cultura”; la prima data disponibile è il 2033 per avere una città italiana ma non è esclusa la possibilità di ottenere spazio anche prima.

Alla fine dell’emergenza questo settore sarà uno dei più devastati in termini di occupazione e chiusure ma sarà anche quello capace di ricostruire opportunità e crescere, se avrà al fianco una amministrazione comunale capace di sostenerlo politicamente. Un sostegno che non può essere occupazione di posti ma sviluppo di competenze, finalizzato a consolidare per Torino un percorso di transizione già in atto verso gli ambiti della cultura, dello spettacolo e del turismo che sono pilastri dello sviluppo futuro.

Il 2020 ha dimostrato a tutti l’importanza della scienza e le madornali cantonate che si prendono senza l’utilizzo del metodo scientifico. La nostra città è un’eccellenza da questo punto di vista, malgrado moltissimi cittadini torinesi non lo sappiano.

Il Politecnico è il nostro fiore all’occhiello, insieme a moltissimi corsi di laurea dell’Università di Torino e a centri di ricerca privati. Dall’aerospazio alle nanotecnologie, passando per le energie rinnovabili, alla chimica verde fino alle scienze naturali, Torino è un polo fondamentale nel panorama nazionale ed europeo.

Il Comune, come istituzione, può fare due azioni.

  • La prima: costruire reti tra centri di ricerca e aziende, lavorare per confermare e ampliare i finanziamenti europei e a progetti di ricerca internazionali, nei quali inserire i nostri territori come un elemento imprescindibile, facendo crescere competenze e professionalità. Ricerca in campo scientifico significa economia circolare, miglioramento dell’efficienza energetica, utilizzo parsimonioso delle risorse naturali, crescita di aziende specializzate, posti di lavoro.
  • La seconda: diffondere capillarmente le conoscenze, sfruttando e promuovendo le risorse didattiche e divulgative che già oggi sono presenti per scoprire l’ambiente che ci circonda e i fenomeni naturali e fisici nei quali viviamo.

Cito solo 4 esempi che sono da valorizzare:

  • Museo dell’Astronomia e Planetario “Infini.to” con le sue produzioni e con i simulatori a Pino Torinese, vicino all’Osservatorio Astronomico.
  • Museo A come Ambiente all’interno del parco scientifico e tecnologico Environment Park di Torino. Dal 2004 un eccezionale strumento divulgativo su energia, trasporti, rifiuti e acqua.
  • Museo Regionale di Scienze Naturali che DEVE ritrovare nuovo splendore e DEVE essere riaperto al più presto.
  • Orto Botanico di Torino che da qualche anno ha ritrovato il proprio splendore.

 

Una nota personale a margine riguarda l’Istituto di ricerca dove lavoro da oltre 25 anni, occupandomi di suoli, cambiamenti climatici e lotta a patogeni: IPLA spa, l’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente della Regione Piemonte. Un esempio di come i fondi pubblici possano produrre miriadi di dati sul territorio per rispondere prontamente alle sfide che l’Europa propone, e per avvicinare il nostro Paese a quanto chiesto dall’Accordo di Parigi sul clima.