TORINO UMANA

La nuova Torino vuole essere capitale dei diritti umani e civili come lo è stata quando ha approvato per prima con le nostre delibere popolali il registro dei testamenti biologici e le unioni civili. La nuova Torino sa accogliere e far rispettare le regole e vuole far crescere i quartieri periferici dove oggi sono maggiori le contraddizioni e le difficoltà e dove vi sono ampie comunità di cittadini immigrati che sono un pezzo della forza della nostra città. La nuova Torino vuole dare opportunità di lavoro e di crescita ai giovani per riuscire a invertire la tendenza che vede oltre 100.000 ragazzi studiare nelle nostre università e al Politecnico e gran parte di loro cercare fortuna altrove. La nuova Torino ha una classe politica che dice la verità e che sa infondere speranza con l'esempio; mai come in questo momento è necessario mostrare ai cittadini che non esiste una delega in bianco al populista di turno ma deve esserci una assunzione di responsabilità collettiva; perché da questa crisi ne usciamo insieme o non ne usciamo affatto.

Nella nostra città e nella nostra regione non andava tutto bene prima delle chiusure dovute alla pandemia, figuriamoci ora. I dati sono devastanti: quasi un milione di posti di lavoro persi in Italia, soprattutto a carico dei giovani, dei lavoratori autonomi e dei contratti a termine. Torino è tra le situazioni più critiche con una previsione di netto peggioramento nei prossimi mesi, con la fine della cassa integrazione e del blocco dei licenziamenti.

L’amministrazione comunale non può creare lavoro direttamente, e questo va ribadito per evitare di alimentare promesse ridicole. Però si possono mettere in campo una serie di azioni per creare condizioni favorevoli al lavoro, all’impresa, agli individui. Serve, citando Marco Bentivogli: rigenerare le città; mettere insieme economia ambientale, quella sociale e la nuova manifattura (Torino non è più la FIAT ormai da tempo ma non è vero che la manifattura non sia un pezzo del futuro). Dobbiamo puntare su innovazione e trasferimento tecnologico, sulle infrastrutture, unendo le forze che esistono sul territorio con quelle europee. Dobbiamo dire basta al welfare elettorale (vedi Decreto dignità) sapendo che non torneremo all’equilibrio precedente. Ma soprattutto dobbiamo utilizzare le risorse europee per favorire la transizione verso un nuovo modello di città.

Il sindaco di Torino sarà anche il Sindaco della Città metropolitana. Una riforma, quella che ha istituito le città metropolitane, che rappresenta una vera e propria incompiuta. Oggi 800.000 elettori (quelli torinesi) scelgono il Sindaco metropolitano per oltre 2 milioni di elettori, quelli della ex provincia di Torino.

Sono convinto che dobbiamo mettere mano a questa incongruenza che ha profili di incostituzionalità, ma soprattutto credo che si debba ragionare, quando si amministra, come area metropolitana nel suo complesso e non limitarsi ai confini comunali. Si dovrebbero accorpare servizi e partecipate pubbliche tra Torino e le città della cintura per garantire ai cittadini metropolitani stessi diritti e doveri e ridurre i costi. Condividere investimenti e pianificare su un’area vasta è un obbligo dettato dalla logica. È impensabile che ogni comune progetti la propria area industriale, le proprie aree verdi, il proprio ciclo dei rifiuti, i propri collegamenti di trasporto pubblico, senza una condivisione e una coprogettazione con i comuni limitrofi.

Torino metropolitana è un’opportunità da far crescere perché l’attuale concorrenza tra il capoluogo e i grandi comuni della cintura fa solo del male a tutti.

“Torino capitale dei diritti” è un nostro slogan che è stato fatto proprio da molti altri. Per noi, per me, non è mai stato solo uno slogan ma un motivo di lotta per conquistare diritti per tutti. È dai Radicali di Torino che è nata la battaglia per legalizzare l’aborto farmacologico che qualche retrogrado conservatore vorrebbe cancellare. Una battaglia che ha portato nelle mani delle donne italiane la possibilità di scegliere (oggi circa metà degli aborti in Piemonte si fa con la RU486). Sempre da qui abbiamo ottenuto l’abolizione della ricetta per la contraccezione d’emergenza, la cosiddetta pillola del giorno dopo. Con le delibere di iniziativa popolare e molte migliaia di firme (alla faccia di chi solo a parole evoca partecipazione e democrazia diretta) abbiamo fatto di Torino l’apripista per il testamento biologico e le coppie di fatto. Ai nostri tavoli per la legalizzazione dell’eutanasia abbiamo consentito a questa città di essere prima d’Italia come numero di firme raccolte, in attesa che il Parlamento discuta il progetto di legge popolare.

Sull’autodeterminazione degli individui dobbiamo conquistare ogni giorno un millimetro nella direzione giusta per fare di Torino un’avanguardia di libertà.

Grazie all’anagrafe pubblica degli eletti, promossa dai Radicali con una delibera di iniziativa popolare e approvata nel 2010 dal Consiglio comunale, da dieci anni chiunque può – con pochi click – avere notizie sulla presenza in Aula degli eletti al Comune, sui loro interventi, sui documenti presentati, su quanto percepiscono di compenso e altre informazioni relative alla loro attività politica e amministrativa. Quando qualcuno mi chiede “tu cosa hai fatto per questa città”? Io rispondo che tra le mille cose fatte e che faccio c’è questa delibera che porta la mia prima firma da cittadino torinese, una delibera che ha consentito a tutti di conoscere. Lo stesso abbiamo conquistato per la Regione Piemonte e poi per tutta Italia, dal Parlamento alle circoscrizioni. Oggi chi si riempie la bocca con slogan su trasparenza e partecipazione dovrebbe imparare e partire da qui: una delibera di iniziativa popolare con migliaia di firme di torinesi ha consentito a tutti di sapere cosa fanno gli eletti e quanto guadagnano in virtù del loro incarico.

Con “Idee x Torino” e con Valentino Castellani, durante la Giunta Fassino abbiamo conquistato elementi di riforma nella scelta dei nominati nelle partecipate; elementi non ancora sufficienti per garantire che competenze e capacità siano i principali criteri della scelta.

Quello che manca e che vorrei si potesse realizzare nella prossima consiliatura è la conoscenza delle attività e le performance delle società partecipate e controllate dal Comune. Non semplicemente i bilanci che già sono pubblici, ma indicatori di efficienza sui servizi svolti. Lo abbiamo proposto a questa Giunta reiteratamente, consegnando all’allora Assessore Pisano una bozza di delibera, senza ottenere ascolto o risposta. Lo faremo noi, se ce ne darete l’occasione.

 

Da molti anni diciamo che Torino non è più la FIAT. Ciò non significa che l’industria non sia più uno dei pilastri del futuro della città. Oggi il 26% degli addetti torinesi è impiegato nell’industria.

Il Rapporto Rota – che andrebbe studiato da chiunque abbia ambizioni di gestire la cosa pubblica torinese – indica con chiarezza, anno dopo anno, gli andamenti economici della città e i problemi strutturali che abbiamo.

Turismo e commercio, peraltro duramente colpiti dalla crisi in atto, non possono sostituire l’industria e l’ultimo rapporto – che significativamente si intitola “Futuro rinviato” – espone i dati di una città ferma o che cresce meno delle città metropolitane del Nord Italia.

La diagnosi è chiara, ma la cura?

  • Primo: recuperare le proposte e i progetti del Terzo piano strategico per l’area metropolitana di Torino, realizzato nel 2015 con l’impegno di tanti (compreso il sottoscritto), che è stato accantonato da questa Giunta. I progetti della Strategia2, “Abilitare il sistema economico”, sono attualissimi.
  • Secondo: essendo impensabile realizzare investimenti pubblici di grande portata dato l’indebitamento attuale, serve aprire con Regione e Governo una collaborazione più stretta per fare uscire Torino dall’angolo (indipendentemente dal colore delle Giunte e del Governo).
  • Terzo: le fondazioni, a partire dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, e i finanziamenti europei che arriveranno sono oggi la chiave per il rilancio a patto che non producano mance o sussidi ma investimenti su innovazione e connessioni.
  • Quarto: l’interporto di Orbassano deve diventare la piattaforma capace di intercettare i flussi merce che si muovono sulla direttrice est-ovest; impensabile che la linea ferroviaria Torino-Lione non passi da lì.

La mia Città ideale non si guarda l’ombelico ma lotta per i diritti umani di tutti. Con questo spirito abbiamo conquistato anni addietro il coinvolgimento di decine e decine di comuni (Torino compreso) per l’autonomia del Tibet contro i soprusi del regime cinese. Con questo spirito siamo riusciti a ottenere la revoca dell’onorificenza di Cavaliere di gran croce al dittatore siriano Assad.

La mia città scende in piazza con – e per – chi subisce violazioni dei propri diritti. Per questo, con i miei compagni radicali e di +Europa, e con tutti coloro che abbiamo incrociato sulla nostra strada di lotte, abbiamo manifestato in questi anni contro i soprusi di Putin, per la libertà e la democrazia in Ucraina come in Cecenia, per conquistare giustizia internazionale in Siria e Yemen, a sostegno dei democratici del Laos e di Hong Kong, contro le violazioni dello Stato di diritto in Turchia o in Iran, contro i soprusi di Chavez e Maduro in Venezuela e, oggi, per la libertà e la democrazia in Bielorussia.

Nella mia Città ideale i diritti violati a qualcuno, in qualsiasi parte del mondo, sono i diritti violati a ciascuno di noi. Vale la pena di ricordarlo e di continuare a lottare.

Chi amministra una grande città come Torino deve mettere la questione diritti e democrazia tra le proprie priorità.

Voglio lanciare un pacchetto di referendum consultivi cittadini per aprire dibattiti e avere le opinioni dei torinesi.

Insieme a questo credo sia venuto il momento, dopo anni di inerzia, di dare alla luce il regolamento per effettuare i referendum metropolitani. Regolamento mai approvato malgrado gli obblighi previsti dallo Statuto!

In questi decenni abbiamo fatto migliaia di tavoli in strada, tra i cittadini, proponendo idee e progetti e raccogliendo firme.

Ci siamo mobilitati su tematiche nazionali: dalla riforma della giustizia a quella elettorale, dall’abolizione della legge su fecondazione assistita all’eutanasia, dalle politiche sul lavoro alla riforma delle leggi sull’immigrazione e alla legalizzazione della cannabis.

Abbiamo più volte tentato, senza riuscirci, di portare i torinesi al voto sui referendum consultivi, previsti dallo Statuto della città ma mai attivati.

Lo abbiamo proposto sulla questione spinosa della TAV a livello comunale e metropolitano ricevendo dinieghi dal sindaco Appendino. Gli stessi dinieghi ricevuti dal PD prima e dai 5Stelle dopo su alcuni argomenti che riguardano la vita dei torinesi.

Queste le proposte fatte nel 2014 e poi reiterate gli anni scorsi:

  • Città metropolitana (affinché sia costituita da Torino e dai comuni di prima e seconda cintura e non dall’intera Provincia di Torino).
  • Regolamentazione dell’attività di prostituzione.
  • Politiche di riduzione del danno sulle droghe con apertura di narcosale in città e la riattivazione dell’agenzia comunale sulle tossicodipendenze.
  • Riduzione del consumo di suolo tramite riutilizzo delle aree già edificate e l’istituzione di un fondo di compensazione ecologica.
  • Istituzione del “road pricing” (pedaggio d’ingresso) per finanziare la seconda linea della metropolitana.
  • Costruzione della ruota panoramica al Valentino.

I temi possono essere anche molti altri, ma una Torino che ascolta davvero dà voce ai torinesi in concreto.

Lo proponiamo a questa Giunta e, se non riusciremo a ottenerlo nei prossimi mesi, lo riproporremo nel 2021.

Torino realizzi in ogni circoscrizione, delegando alle stesse il compito di scegliere il posto più adatto, un “luogo della parola”, un “angolo degli oratori”.

Ricordate lo Speakers’ Corner di Hyde Park, a Londra? Diamo possibilità di parola, quindi di dialogo, di proposta, di discussione comune, a chiunque voglia parlare, a chiunque abbia voglia di proporre la sua idea. L’angolo della parola è un esempio, simbolico ma concreto, di come il concetto di libertà di opinione rappresenti un cardine della democrazia. Li possiamo realizzare con un piccolo investimento e credo sarebbe bello che anche il futuro Sindaco utilizzasse questi luoghi periodicamente, per parlare di quel che sta facendo e per interloquire con i cittadini.

Sono convinto che questa piccola innovazione, che guarda al passato e al futuro, possa essere anche un modo per affiancare alla politica dei like e dei tweet il ritorno alla necessità di guardarsi in faccia, di dialogare uno di fronte all’altro, di recuperare la forza di una comunità che è anche fisica e non solo virtuale.

Già 10 anni fa abbiamo indicato l’esistenza di più Torino diverse, e che l’asse di Corso Regina Margherita era (ed è) una trincea che separa il centro dai problemi di Torino Nord. Lo abbiamo detto e ridetto, scritto e riscritto; non abbiamo trovato ascolto.

Nelle periferie la percezione di insicurezza è molto elevata a differenza dei quartieri centrali e della collina.

Dare luce, letteralmente, alle aree, le vie e le piazze è una priorità assoluta. Luce significa non solo mettere dei lampioni qua e là, ma progettare e strutturare sistemi di illuminazione capaci di cambiare gli ambienti. Luce significa sicurezza e qualità della vita.

Davide Neku ce lo ricorda spesso ed è tema centrale come lo sono le manutenzioni dei marciapiedi e del verde di quartiere e dei giardini periferici. Oggi si dà priorità alla gestione delle aree verdi centrali ma lasciare al degrado le aree verdi periferiche implica un degrado sociale che alimenta scontento e rabbia.

Se a qualcuno tutto questo pare di secondaria importanza io credo non abbia capito nulla.

Voglio una città che metta l’accessibilità delle persone diversamente abili come priorità.

Non si può dire che in questi anni la situazione non sia migliorata: la coscienza collettiva è accresciuta e sono state effettuate modifiche strutturali.

Eppure, la legge che da oltre 30 anni prevede l’approvazione da parte dei Comuni dei PEBA (Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche) continua a essere lettera morta per Torino e non solo. Lo abbiamo proposto in Consiglio comunale e in Consiglio regionale senza ottenere risposte concrete.

Dobbiamo approvare subito un piano che preveda le priorità da affrontare e un cronoprogramma che abbia come obiettivo dei 5 anni la totale eliminazione delle barriere su suolo pubblico nonché la potente incentivazione per l’eliminazione delle barriere di esercizi commerciali e servizi privati.

 

Ci tengo a ricordare le lotte e le proposte fatte in lunghi anni di militanza con chi purtroppo non c’è più ma che su questo ha lasciato un segno indelebile: Alessandro Frezzato, Nicola Vono e Luciano Costa.

La parola “alleanza” torna protagonista. Alleanza tra Atenei, tra Università e Città, tra Università e imprese. Ovunque il sistema universitario e della ricerca è portatore di innovazione e sviluppo economico. Non esistono città in crescita senza università e centri di ricerca di prima qualità, che sono sempre volani per l’economia e l’occupazione.

Torino oggi conta circa 100.000 studenti universitari, un numero enorme che tuttavia vede la stragrande maggioranza di loro abbandonare la nostra città e la regione dopo la laurea per cercare fortuna altrove.

Rafforzare l’interazione tra il sistema pubblico, la formazione e le imprese è una priorità per costruire una innovazione urbana che deve vedere i due Atenei, le università piemontesi, gli enti scientifici e le imprese sul territorio cooperare e “fare squadra” in un’ottica di miglioramento della competitività internazionale dell’intero sistema. Questa è l’unica strada per “fermare” a Torino una parte dei laureati nei nostri Atenei.

Cruciale l’incremento delle borse del diritto allo studio, anche attraverso meccanismi di prestito d’onore, così come un migliore coordinamento del sistema dell’incubazione delle start-up.

La Città ha – e avrà – un ruolo fondamentale nel promuovere e spingere per investimenti nazionali sulla ricerca in Piemonte; investimenti e progetti che devono riguardare anche il mondo degli ITS (Istituti Tecnici Superiori, scuole ad alta specializzazione tecnologica post diploma) che, più delle università, sono il tallone d’Achille italiano e piemontese.

In questo contesto non è pensabile che in nome dell’irraggiungibile “rischio zero”, in questi tempi di emergenza sanitaria, vengano chiuse lezioni, esami, lauree, escursioni, laboratori, aule studio e biblioteche.

“Con la cultura non si mangia”. Ricordate questa frase che alcuni politici italiani hanno sostenuto? Purtroppo questi mesi di chiusure, che hanno colpito soprattutto il settore della cultura e dello spettacolo, hanno fatto capire a tutti che “Senza cultura non si mangia”. Letteralmente.

Nella vicina Francia il fatturato della cultura e dell’indotto a essa collegato supera quello dell’industria (sono dati ufficiali) e noi non dobbiamo e non possiamo essere da meno.

Torino, con la sua tradizione cinematografica, con il polo teatrale dello Stabile che fino al Covid ha fatto numeri da record, con le eccellenze museali a partire dall’Egizio o dallo stesso Museo del cinema, con il Salone del Libro e con la rete delle residenze Sabaude (per fare solo alcuni esempi) è una delle città europee più ricche di risorse da valorizzare, sia internamente che esternamente.

La capitale europea della cultura è una città designata dall’Unione europea, che per il periodo di un anno ha la possibilità di mettere in mostra la sua vita e il suo sviluppo culturale. Una occasione di visibilità, di sviluppo, di investimento e di crescita che molte realtà europee hanno sfruttato e sfrutteranno. Potrebbe sembrare prematuro, ma sono convinto che dobbiamo avere il coraggio di guardare lontano. Io credo che dovremo da subito lanciare la candidatura di Torino a “Capitale europea della cultura”; la prima data disponibile è il 2033 per avere una città italiana ma non è esclusa la possibilità di ottenere spazio anche prima.

Alla fine dell’emergenza questo settore sarà uno dei più devastati in termini di occupazione e chiusure ma sarà anche quello capace di ricostruire opportunità e crescere, se avrà al fianco una amministrazione comunale capace di sostenerlo politicamente. Un sostegno che non può essere occupazione di posti ma sviluppo di competenze, finalizzato a consolidare per Torino un percorso di transizione già in atto verso gli ambiti della cultura, dello spettacolo e del turismo che sono pilastri dello sviluppo futuro.

In questo frammento più che proporre progetti, idee, innovazioni o iniziative, ci tengo a sottolineare una questione di metodo a mio avviso fondamentale.

Io credo che ai torinesi occorra dire la verità. Tutti in teoria sono d’accordo, ma in realtà in questi mesi la politica nazionale, piemontese e torinese non sta mettendo sul tavolo, ben in evidenza, la realtà della città, che vive una peculiarità negativa in un contesto nazionale pessimo.

La Camera di Commercio, che fa un focus periodico sull’economia torinese, ci dice che l’area torinese, confrontando il 2° trimestre 2020 con il 2° trimestre 2019, perde oltre il 14% di produzione e oltre il 21% dell’Export.

Già oggi migliaia di torinesi hanno perso il lavoro. Già oggi migliaia di torinesi non hanno visti rinnovati i loro contratti a termine. Già oggi le attività commerciali chiuse per sempre sono numerose.

Non solo non era vero quando ci dicevano e ci dicevamo “Andrà tutto bene”, ma è ancor più vero dire che non andrà tutto bene nel prossimo futuro.

Chiunque abbia ambizione di guidare questa città cominci col dire la verità. Una verità difficile ma necessaria: questa città che ha i peggiori dati del Nord come disoccupazione, cassa integrazione e istruzione, e sta vivendo il trauma sociale ed economico dovuto all’emergenza, dovrà partire dal comunicare con coraggio la realtà.

Chiunque vinca senza dire le cose come stanno si troverà una città in ginocchio economicamente e psicologicamente, e dovrà gestire la rabbia di chi è stato illuso per l’ennesima volta.

Da questa situazione dobbiamo uscirne insieme costruendo speranza, senza raccontare balle agli elettori. Verità è responsabilità.

La salute è connessa con tutti i frammenti proposti: qualità della vita, ambiente, trasporti, inquinamento, sport. Qui però voglio concentrarmi su alcuni progetti e scelte presenti e future.

È ormai ai blocchi di partenza la realizzazione del “Parco della Salute”, un investimento di oltre 400 milioni per dare a Torino una nuova struttura sanitaria all’avanguardia e per riqualificare una vasta area della città. Il complesso sorgerà all’interno dell’area ex Avio-Oval, a un passo dal nuovo grattacielo della Regione.

Una grande opportunità per Torino e un grande rischio, quello che le follie, i ritardi siderali e gli sperperi che si sono visti sulla realizzazione del grattacielo si ripetano. Quindi, che fare?

Noi, con l’indomabile Giulio Manfredi, abbiamo monitorato e denunciato, giorno per giorno, quel che accadeva e accade sul grattacielo. Lo voglio e lo vogliamo fare con maggiori capacità di incidere e senza sconti per la realizzazione del Parco della Salute.

Oggi però, con l’emergenza Covid che torna, chiedo di nuovo che il nostro Comune si faccia parte attiva con il Governo, con il quale rivendica vicinanza, per esigere che si utilizzino i soldi del MES. Con +Europa abbiamo manifestato di nuovo per questo. È una follia non averli già richiesti in primavera.

Infine, una nota di profondo demerito a chi governa la Regione, ché ha rifiutato reiteratamente la nostra proposta, di maggio, di attivare una commissione d’inchiesta per individuare gli errori commessi nella gestione dell’epidemia, per ritrovarsi – e farci ritrovare – in questa situazione oggi. Le responsabilità sono gravi e danneggiano la salute di ciascuno di noi.

Non parlo di Juventus e Torino, non parlo di sport a grandi livelli; parlo di strutture diffuse e rese disponibili con adeguata manutenzione, che possano essere utilizzate da chi vuole praticare attività ludica e sportiva.

La città in questi decenni ha perduto molti centri sportivi comunali, abbandonati a loro stessi e alle erbacce. Luoghi – ad esempio campi da calcio in terra o in erba – che hanno ospitato migliaia di ragazzi e molte decine di squadre e che oggi sono lasciati al degrado. Nei miei ricordi di gioventù rivivo le decine di partite ai campi della Falchera e al Motovelodromo. Due esempi di luoghi da recuperare allo sport dilettantistico e amatoriale come luoghi di aggregazione e di salutari attività; in questi due casi i progetti di recupero ci sono e spero siano portati a compimento, ma in molti altri non ve n’è nemmeno l’ombra.

Con “Idee x Torino”, lo ricordo spesso, dopo aver sentito da molti professionisti affermati della nostra città quali fossero le priorità da sviluppare e sulle quali investire, andando per strada e nei quartieri ci accorgemmo che molti ragazzi chiedevano campi di basket, di calcetto o di pallavolo. Campi liberi dove poter fare attività.

Recuperare o realizzare un numero adeguato di strutture nelle aree periferiche sarebbe una piccola rivoluzione, perché questi luoghi diverrebbero centri di socialità, di aggregazione e di integrazione.

L’etimologia della parola speranza si ricollega al latino “spes” che a sua volta deriva dalla radice sanscrita “spa” che significa tendere verso una meta.

Oggi questa città ha smesso di tendere verso una meta ed è ferma. Eppure è stata una città capace di trasformarsi e conquistare posizioni in molti settori.

Ma speranza è anche un sentimento, un modo di approcciarsi alla vita, al cambiamento positivo, alla fiducia nel futuro. In ogni azione che facciamo, ognuno dalla sua postazione, ognuno dalla propria responsabilità, possiamo costruire e divenire speranza senza essere spettatori statici e neutri di quel che ci accade intorno. Speranza è partecipazione. Speranza è lotta per le proprie idee. Speranza è studiare e imparare. Speranza è l’arte nelle sue più diverse espressioni (per questo ho scelto l’immagine del dipinto di Gustav Klimt, Speranza II, 1907-1908).

Io voglio una città che ritorni a sperare, a lottare, a sorridere. È uno stato d’animo collettivo che abbiamo perso e che è difficile immaginare in queste settimane di difficoltà. Eppure è un ingrediente fondamentale per creare condizioni per investire e fare investire, e per convincere molti ragazzi che vale la pena vivere qui.

Se Torino ricominciasse a sperare ricomincerebbe a crescere.